
IL TRASPORTO
DELL’ORO E DELL’ARGENTO
DALLE INDIE OCCIDENTALI
ALLA SPAGNA
MICHELE E. PUGLIA
SOMMARIO:
PREFAZIONE; LA CASA DE CONTRATACIÓN O
DEL COMMERCIO E LA LEGA MERCANTILE: LE CRRERAS IL PERCORSO DEI GALEONI
E IL
CONTRABBANDO; LA DIFESA DELLE NAVI I CONVOGLI E L’EQUIPAGGIO; CENTRI DI
RACCOLTA E CENTRI DELLE FIERE; LA RIVOLUZIONE DEI PREZZI; ECOMIENDA
RIPARTIMIENTOS E LE LAMENTELE DI LS CASAS SULLE ATROCITÁ DEGLI
SPAGNOLI
PREFAZIONE
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L |
a Spagna con la scoperta di Cristoforo Colombo non si era resa
conto della fortuna delle ricchezze che erano cadute sulla propria testa; poco per
volta, Colombo prima, e gli altri esploratori poi, avevano dato un saggio tangibile di tutte quelle ricchezze, la cui
varietà neanche si immaginasse, in quanto tutti, esploratori e monarchi erano
stati presi dalla febbre dell’oro diffusa dalla storia fantastica dell’Eldorado, il sogno di Waler Raleigh della città tutta d’oro, tanto, che il
gesuita Gumila persuaso della esistenza di questa meravigliosa contrada, si sarebbe sentito onorato di portare la
luce del Vangelo a un popolo in condizione di ricompensare così generosamente,
il pietoso travaglio dei missionari (per questo passo, Blanqui*
cita Adam Smith).
E se Colombo aveva portato pochi monili, Cortés e Pizarro che
erano giunti con lo spirito conquistatore, nonostante le inutili invocazioni di
Las Casas a Carlo V, erano passati al massacro delle popolazioni azteche e maya
e alla distruzione delle loro città e monumenti, per depredarli dell’oro da
essi posseduto e non si erano curati di distruggere i loro monili e oggetti d’arte
o un’intera porta di oro, tutto ridotto in
più comode piastre da spedire con i galeoni alla madrepatria.
Gli spagnoli avevano preferito occupare le zone montane perché li
si trovava l’oro e l’argento, trascurando il resto, e l’America spagnola era
costituita in due reami: il Messico
considerato Nuova Spagna con capitale città del Messico e il Perù, Nuova
Castiglia con capitale Lima; i viceré erano assistiti da organi consultivi e
giudiziari detti audiencias insediati
nelle sedi di Santo Domingo, Panama, Los Confines (Guatemala) Nueva Galicia
(Venezuela) e Bogotà; poi si aggiungeranno il Cile e l’Argentina.
L’estrazione su larga scala dell'argento, che aveva superato il valore
dell’oro era iniziato dal Guanajuato nel 1540 e proseguito con l’apertura delle
miniere d’argento di Zacatecas e Potosì in Bolivia nel 1546, che portarono alle
grandi spedizioni d’argento, divenute la fonte della ricchezza spagnola.
La scoperta del Potosì era stata casuale: un povero peruviano
conduceva dei llama attraverso le rocce selvagge e inaccessibili di Hatun
Potocchi; come altri, aveva lavorato nelle miniere e durante il cammino aveva
notato delle pagliuzze d’argento che luccicavano al sole; comunicava la
scoperta e giunsero indiani e spagnoli che iniziarono l’esplorazione; e l’estrazione
del Potosì dal 1545 al 1556 fu immensa. Nel 1557 vi fu una resa considerevole
in quanto si lavorava anche d’inverno e si portava legna da bruciare per far
sciogliere la neve eterna.
Era stato trovato anche un nuovo sistema di amalgama a freddo del mercurio, economico, suggerito da un minatore
di Pachhuca, di nome Medina; anche per il mercurio vi erano abbondanti miniere,
scoperte nel 1598 a Hianca-Velica, che
aveva facilitato la produzione dell’argento e poi altre tre miniere in Bolivia.
Era sufficiente mescolare il minerale sminuzzato con del sale del
mercurio e del magistrale (pirite di rame) e lasciare questo amalgama da
calpestare per qualche giorno, per ottenere un amalgama d’argento che si
separava senza dover aggiungere altre sostanze. Con questo sistema nel 1559
uscivano duecento kg. di argento e per ogni anno giungevano trecentomila kg. pari a sessanta
milioni di franchi.
Nello stesso periodo seguirono le miniere di Zacatecas, de
Sombrerete, Guanaxauto; l’Europa
riceveva una quantità enorme d’argento
paragonata a quella che era prima in circolazione.
Tutte le classi cominciarono a risentire vivamente gli effetti
dell’abbondanza e l’avvilimento dell’argento. Il commercio, eccitato da questo
stimolo divenne più attivo, l’industria
più prospera e la ricchezza nazionale accresciuta; ma vi fu nello stesso tempo
una grande miseria sparsa in Europa.
I prezzi delle mercanzie, le più comuni e le più rare erano
considerevolmente aumentati: iniziava il periodo della rivoluzione dei prezzi.
I prezzi delle merci dalle
più comuni alle più rare, aumentarono considerevolmente; il prezzo di un
cappone che nel 1501 era pagato quattro sous, ne valeva quindici nel 1598; una
pinta di vino che costava quattro denari, all’inizio del secolo, era stata tassata con ordinanza del
1577, di tre sous, e nessun mercante
voleva darla a questo prezzo. Gli stessi aumenti avevano avuto le tasse sui
salari. Alla fine del periodo precedente, il prezzo della giornata, liberamente
contrattata tra il datore di lavoro e l’operaio non superava sei sous e per il manovale cinque: nel 1572
una ordinanza reale fissava il salario del muratore a dodici sous e del manovale a sei, senza
possibilità per gli interessati di poterli modificare; ma questo genere di
ordinanze era al di sotto della realtà e i salari avevano già superato queste cifre: era un
torrente che nessuno poteva arrestare (**).
La fine
che aveva fatto tutta la ricchezza (secondo Ustariz) era stata che i metalli preziosi erano stati
destinati principalmente al servizio delle chiese dove brillavano magnifici
vasi, enormi candelabri, lampade. balaustre. statue d’oro e d’argento; gli ornamenti dei sacerdoti ne assorbivano
quantità considerevoli, e ne restava molto poco per la fabbricazione delle
monete, generalmente mal battute e nel periodo di decadenza del medioevo, l’oro
e l’argento non aveva avuto altra destinazione, che a servire per la
fabbricazione di gioielli e vasi sacri.
Un ricordo di quello sfarzo è giunto fino a noi e si può ammirare in ciò che è
rimasto nella cattedrale di Siviglia. La chiesa la cui costruzione era stata eseguita nei
primi dieci anni della costituzione della Casa
de Contratación; uno dei suoi
dirigenti era il vescovo della cattedrale che aveva pensato bene di utilizzare per
la chiesa le piastre che arrivavano dal Nuovo mondo.
*) A.
Blanqui, Histoire d’Economie Politique Paris, 1860.
**) E.
Levasseur, La question de l’or. Paris 1858.
LA CASA
DE CONTRATACIÓN
O DEL COMMERCIO
E LA LEGA MERCANTILE
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L |
a Compagnia commerciale reale fondata nel
1503 dai re cattolici aveva preso il nome di Casa de Contratación (*), prendendo a modello la Casa da Índia istituita in Portogallo da quei
monarchi, essendo stati i portoghesi i primi a dare inizio alle attività
commerciali instaurate con le colonie.
Tra le sue tante funzioni
(**), vi era la contabilità relativa al commercio con le Indie, l’organizzazione
della flotta, la supervisione delle condizioni di navigabilità delle navi, il
controllo della azienda real, la
tenuta dei registri delle navi, la concessione e il registro delle licenze
d’imbarco, la ricezione delle merci; la riscossione dei dazi e il versamento
del quinto real
(l’imposta istituita nel 1505, spettante alla Corona su tutti i commerci
con le Americhe);
essa era pari
al 20% riscosso sull’estrazione dei metalli preziosi, successivamente ridotta
al 10%; e infine, l’amministrazione dei beni degli spagnoli che morivano nelle
Indie.
La Casa funzionava anche come organismo scientifico e
d'insegnamento, ove venivano formati i piloti per i viaggi in America, sotto
l'autorità del “Piloto mayor” (il
primo ad essere nominato era stato Amerigo Vespucci), che controllava la
registrazione di tutte le nuove scoperte geografiche riportate nel “Padrón Real”, la carta geografica reale, che fungeva come
originale della
cartografia del Nuovo Mondo e di tutte le carte affidate ai
capitani.
L'istituzione aveva anche il ruolo di controllare gli equipaggi
ed i passeggeri dei battelli, specialmente per impedire che ebrei e musulmani
potessero arrivare nelle Americhe e poter quindi garantire una colonizzazione
puramente cattolica delle nuove colonie: ciò avveniva tramite licenze d'imbarco
(licencias de embarque) che non
impediva né il contrabbando né la corruzione e
le partenze clandestine.
La Casa aveva inoltre un dipartimento giudiziario che giudicava
le cause civili e penali relative al commercio e alla navigazione oltre a una
sezione che si occupava delle questioni provenienti dai beni dei defunti
presenti nelle varie Audiencia dei
territori coloniali (Juzgado general de
bienes de disfunto,), che raccoglievano i beni ereditari dei migranti spagnoli
morti senza eredi nelle Americhe (e nelle Filippine), per consegnarli ai loro eredi
(WP.).
Alla Casa, era
collegata la Lega mercantile (consulado), di Siviglia, strettamente legate, in quanto si occupavano
del governo delle relazioni commerciali tra le colonie americane e della
Spagna. Il sovrano, mediante la Casa, assicurava la protezione nazionale del consulado, escludendo i concorrenti; erano
stati i commercianti della lega a
fornire il capitale per l’attività imprenditoriale, rafforzandone
l’amministrazione.
Cosi, solo i commercianti di Siviglia erano i concessionari del
privilegio del commercio con l’America, e solo essi erano ammessi al consulado; mentre quelli delle altre
parti della Spagna e gli stranieri, nella misura in cui i loro rapporti
commerciali con le colonie americane, erano svolti nell’ambito legale (molti
non lo erano), dovevano necessariamente trattare col consulado di Siviglia.
Ne era risultata una situazione di monopolio per i commercianti
influenti (dal numero limitato), dotati di privilegi di vasta portata. Sebbene
la Casa e il consulado di Siviglia, non operassero sempre d’accordo,
il loro scopo comune, per quanto riguardava il mercato americano, costituiva un
regime economico chiuso.
La teoria economica
sentenziava che limitate quantità di merce a prezzi elevati dessero profitti
più remunerativi, e il profitto, più che la soddisfazione del mercato, era
l’obiettivo principale del consulado (Utet).
La sede della Casa de Contratación, era stata inizialmente
fissata nella città di Siviglia, e ne aveva fatto la sua grandezza, rendendola
famosa in tutto il mondo, ma si trovava in una posizione insolita in quanto non
era posta direttamente sul mare, ma al mare era collegata attraverso il
tortuoso fiume Gualdaquivir, di difficile navigabilità; le navi dopo la
traversata atlantica attraccavano alla foce e poi seguendo il fiume, raggiungevano lo scalo
della città; il porto dove esse stanziavano era a Cadice. A causa della difficoltà a
raggiungerla, un ufficiale vi si recava per svolgere tutte le operazioni
riguardanti i galeoni. Nel 1680 a causa dell’impantanamento del Gualdaquivir che aveva
reso il fiume non più navigabile, la Casa
de Contratación fu trasferita a Cadice.
*) La presente voce è stata ripresa da Wikipedia i cui ricercatori hanno fatto ricorso a fonti originali spagnole, come risulta dalla bibliografia; relativamente
a qualche altro brano ripreso dalla
stessa fonte, è stato contrassegnato dalla sigla WP.
**) Inizialmente includeva un tesoriere, un
segretario, un capo pilota, un ufficiale postale un procuratore legale e un professore di
cosmografi; nel sec. XVII l’organizzazione continuò ad espandersi aggregandosi
divisioni per il controllo per l’armamento e per il tributo navale (averìa)
(Utet: Storia universale dei popoli e delle civiltà).
LE CARRERAS
IL PERCORSO DEI GALEONI
E IL CONTRABBANDO
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I |
galeoni (*) organizzati (con ordinanza del 16 Luglio 1561) in
due flotte comandate da un capitan
general e un almirante, partivano e arrivavano dall’ante-porto di Sanlucàr (e poi
Cadiz) con trenta soldati per evitare gli attacchi dei nemici e dei
pirati.
Le due flotte partivano
una nel mese di Gennaio e una nel mese di Agosto; erano designate secondo il porto di
destinazione; la prima delle due flotte, denominata di Tierra-Firma (Terra
Ferma poi Columbia) si dirigeva a Portobelo dove confluivano i tesori provenienti dal Perù
e dal Guatemala; l’altra flotta detta di Nueva España, giungeva al porto di
Vera Cruz (sul Pacifico) dove arrivavano i carichi d'argento portati a dorso dei
llama o dei muli, dalle miniere messicane, e prodotti quali: sete, coloranti,
spezie, porcellane e pietre preziose.
Nel 1564 le date di partenza erano state fissate ai
mesi di Gennaio e Agosto, in base ai venti dei Caraibi del Nord, rispetto a
quelli del Sud; la flotta della Nuova Spagna, partiva da Siviglia in
Marzo-Aprile mentre quella diretta a Tierra Firma, ad Agosto-Settembre.
Quando le navi partivano
sia in andata sia al ritorno, si disponevano in fila indiana con i due galeoni da guerra che si ponevano all’inizio e alla
fine della fila, seguita dalla capitana, mentre l’ammiraglia era in fondo alla
fila, seguita dal galeone da guerra; le file erano da trenta o più galeoni e
con le vele spiegate; lo spettacolo doveva essere meraviglioso.
I carichi di
metalli preziosi che arrivavano a intervalli irregolari alla Casa de contratatión di Siviglia venivano ben presto distribuiti sui mercati
d’Europa, compreso quello di Anversa, secondo un programma di scadenze
prefissate. Inoltre La Spagna era obbligata a versare ad Anversa ingenti quantità di argento,
per pagare gli eserciti e coprire le cambiali in scadenza, all’epoca delle
varie fiere. Il flusso continuativo regolava i prestiti e
giroconti, in particolare, si regolavano gli asientos, prestiti concordati fra i mercanti di Madrid e la Corte.
Queste operazioni erano rese possibili unicamente dall’esistenza
di una massa fluttuante di cambiali; ne conseguiva la vendita di argento e il
metallo attraversava il Mediterraneo in convogli diretti da Barcellona a
Genova, in quanto la Manica (dal 1569) per gli spagnoli era divenuta impraticabile.
In queste operazioni finanziarie eccellevano i banchieri genovesi;
essi controllavano le ingenti negoziazioni di moneta e titoli di credito e
organizzavano le transazioni commerciali ad esse connesse.
L’epoca d’oro dei genovesi era cominciata dopo il 1570 per i
successivi cento anni; essi erano subentrati ai Fugger (v. in Art. Carlo V ecc.,
P. II), la cui posizione preminente nel mondo finanziario era già cominciata a
declinare dopo il 1530, al venir meno della prosperità delle miniere tedesche.
Accanto a queste vie di deflusso dell’argento dalla Spagna, era costante
la presenza del contrabbando; il metallo prezioso passava infatti dalla Spagna
alla Francia attraverso i Pirenei, il paradiso per i contrabbandieri. Carovane
di muli recanti metalli in verghe, attraversavano le montagne per raggiungere le
città di raccolta quali Tolosa, Saint-Jean de Luz, Baiona, grosso centro di
contrabbando, salito così alla ribalta degli affari e così l’oro e l’argento subivano
continui trasferimenti.
Dopo il 1540, nel decennio successivo, per le difficoltà del
diminuito valore intrinseco delle monete e per la marea di monete divisionali (miste di rame e argento, che
avevano intasato il mercato e avevano eliminato dalla circolazione le monete
più pregiate.
Dai grandi porti italiani Genova, Livorno e Venezia, oltre a
Marsiglia, le monete giungevano nei porti d’Oriente, dove in Cina i mercanti le
accoglievano con avido entusiasmo (Cambridge
University, Storia del Mondo moderno).
*)
Galeoni: si dava questo nome ai più
grandi vascelli di guerra che vanno da Porto-Belo a Cartagine per fare
commercio dell'oro dal Perù alla Castiglia. Si trasporta a dorso di mulo le
mercanzie da Porto Belo a Panama dove sono imbarcate per Lima. Quando il
mercato di Porto Belo termina, i galeoni vanno a svernare a Cartagine dove vi è
un porto eccellente e dove aspettano per fare le loro vendite. Questi vascelli
partono da Cadice in primavera (Ustariz).
LA DIFESA DELLE NAVI
I CONVOGLI
E L’EQUIPAGGIO
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L |
a
difesa delle navi provenienti dalle Indie era sorta da un atto di pirateria
durante il regno di Carlo V, quando Juan
Florin, corsaro italiano al
servizio della Francia, aveva sequestrato due delle tre navi che Herman
Cortes aveva mandato in Spagna con i tesori strappati agli aztechi, e aveva
avuto inizio con la raccomandazione di
far viaggiare le navi unite, per difendersi dagli atti di pirateria.
Nel
1543 Carlo V disponeva che i mercantili impegnati nella carrera, viaggiassero in due flotte da 10 navi con
partenza dalla Spagna nei mesi di Marzo e Settembre, sempre scortati da una
nave da guerra, con pagamento di una tassa detta avería.
Una
volta nei Caraibi, ogni mercantile si sarebbe recato nel rispettivo porto,
mentre la nave da guerra avrebbe messo la fonda all'Avana dove, dopo tre mesi,
si sarebbero congiunti tutti i mercantili per tornare in patria. Ma per le
numerose navi mercantili che potevano arrivare anche a settanta, una nave non
era sufficiente e il numero di navi da guerra fu aumentato. Nel 1552 furono
stanziate due flotte da guerra lungo
la carrera, una al largo della
costa andalusa,
e l'altra a Santo Domingo e fu rimesso ai capitani dei mercantili l'onere
di provvedere alla propria sicurezza (WP.).
Il
sistema dei convogli era ulteriormente aggiornato dalla Corona e
dalla Casa, tra il 1564 e il 1566; le principali procedure furono
definite in base ai suggerimenti dell’almirante Pedro Menéndez de Avilés,
consigliere personale di re Filippo Il, al quale il primo comando della scorta
della flotta che faceva vela verso la
Spagna, gli era stato affidato nel 1555-56.
Nel
1561 fu nominato capitano generale dell’Armada
de la carrera de Indias, e con questo grado comandava, nel viaggio di
andata e ritorno dalla Spagna alle Indie, la più grande flotta che avesse mai
attraversato l’Atlantico, una flotta di quarantanove navi, fra cui sei da
guerra.
Durante
i due anni successivi egli fu chiamato a collaborare alla stesura delle norme
che regolamentavano il commercio con le Indie che furono promulgate fra il 1564
e 1566. Le sue proposte concernevano anzitutto l’obbligo di formare convogli
nei viaggi transatlantici, quindi l’allestimento di fortificazioni e di bacini
navali nei principali porti delle Indie e infine l’organizzazione di squadre di
navi in crociera (armadillas), con
base nelle Indie, destinate al pattugliamento delle principali rotte
commerciali.
Il
numero delle navi che partivano da Sanlucàr variava sensibilmente di anno in
anno; la media annuale ai tempi di Menéndez, era da sessanta a settanta. Per le
possibilità della marineria del Cinquecento, erano flotte molto numerose, che
richiedevano una notevole capacità di organizzazione.
Menéndez
consentì che si facesse eccezione alla regola del convoglio obbligatorio, solo
in occasione di partenze urgenti (che doveva comunque essere munito di licenza)
e diede al sistema quella fisionomia costante e caratteristica che doveva
mantenersi immutata per più di un secolo.
Ogni
mese di Maggio doveva partire da Sanlucàr una flotta diretta alla Nuova Spagna;
l’ingresso nel mar dei Caraibi avveniva di solito attraverso il passaggio di
Mona. Una volta nel mar dei Caraibi, le navi dirette in Honduras e alle Grandi
Antille, si staccavano dal grosso del convoglio, che costeggiava invece a sud
Hispaniola e Cuba e, attraverso il canale dello Yucatan e il golfo del Messico,
giungeva a Vera Cruz.
Era
stata appunto una di queste flotas (*), che
aveva sorpreso Hawkins a San Juan de Ulua. La flotta diretta alle regioni
dell’istmo di Panama, partiva da Sanlucàr in Agosto e teneva una rotta
leggermente più a sud, passando attraverso le isole Sopravento.
Alcune
navi attraccavano in piccoli porti del mar delle Antille, mentre il grosso
della flotta gettava l’ancora al largo di Nombre de Dios (in seguito, al largo
di Portobelo), dove caricava merci per il Perù e imbarcava argento; poi
riparava nel porto di Cartagena.
Di
solito tutte e due le flotte, svernavano nelle Indie. La flotta dell’istmo
cominciava il suo viaggio di ritorno in Gennaio, dirigendosi verso nord-est –
la rotta di solito era agevolata dalla presenza di un vento spirante da
tribordo – sicché superato il capo di San Antonio, puntava sull’Avana.
Nel
frattempo la flota de Messico,
partita in Febbraio da Vera Cruz, aveva cominciato il viaggio che dopo tre-quattro
settimane di noiosa lotta contro gli alisei spiranti in senso contrario,
l’avrebbe portata a marzo, all’appuntamento all’Avana, cioè in vista dell’unico
passaggio possibile ai velieri che intendessero uscire dal golfo del Messico.
Al
principio dell’estate, le navi, dopo le eventuali riparazioni e dopo aver
imbarcato le vettovaglie, partivano di conserva alla volta della Spagna,
cercando di superare le acque tropicali prima della stagione degli uragani.
Attraverso l’insidioso stretto della Florida, puntavano a nord, sino a quando
non incontravano un vento spirante verso est, che permettesse la traversata
atlantica.
Ogni
convoglio era scortato da navi da guerra, da due a otto, a seconda della
situazione internazionale e del naviglio disponibile, e faceva affidamento su
di esse contro i predoni, in agguato a Bahama o alle Azzorre.
L’Avana
era il perno del sistema dei convogli. almeno per il traffico diretto in Europa
e per questa ragione su di essa erano puntati gli occhi dei nemici della Spagna.
Menendèz
ne fece una fortezza inespugnabile, destinata a resistere agli attacchi per
quasi due secoli e la fornì di un bacino attrezzato in modo da permettere l’allestimento
delle piccole unità da guerra, costruite con legname disponibile sul posto, con le riparazioni per ogni tipo di nave;
dispose l’insediamento francese in Florida, che aveva attirato l’attenzione di
Hawkins (**), e al suo posto costruì il forte Saint-Augustine, rafforzò poi le
difese di Santo Domingo e di Santiago di Cuba; la sua opera di fortificazione
fu continuamente rinviata per mancanza di fondi, e non fu presa alcuna
iniziativa per mandare una squadriglia ai Caraibi prima del 1582, quando due
galee erano state inviate da Lisbona a Santo Domingo e una era naufragata poco
dopo l’arrivo e sull’altra l’equipaggio si era ammutinato.
Le galee, sia che avessero per base Santo
Domingo, o come avvenne più tardi, Cartagena, non si dimostrarono molto utili;
era difficile trovare i rematori e i costi di esercizio erano elevati.
All’inizio
del secolo, i consiglieri della corona presero a insistere perché nelle Indie
occidentali fosse stanziata una flotta di
vere e proprie navi a vela, ma non si prese alcun provvedimento concreto
se non dopo il 1630, quando le ripetute sconfitte navali, ne dimostrarono sin
troppo chiaramente la necessità.
Per
la Spagna le Indie avevano un’importanza vitale, tuttavia le guerre in Europa
esigevano il costante richiamo di navi in patria e solo Menendéz con la sua energia
e la sua tenacia, era riuscito ad assicurare ai territori coloniali un minimo
di difesa. Egli moriva nel 1574 ma la sua opera di formazione delle basi e la
scrupolosa organizzazione dei convogli transatlantici fu continuata dai suoi
energici successori (tra i quali un figlio e un nipote) e le comunicazioni con
la Spagna furono mantenute per tutta la durata di una lunga guerra navale
(Cambbridge University, Storia del mondo
moderno.).
L’ammiraglio
della flotta (General de Galeones) era
nominato direttamente dalla Corona, a volte per uno specifico viaggio, a volte
a vita. A suo diretto comando vi era il vice-ammiraglio della flotta (general de Flota), nominato dalla Casa,
e l’ammiraglio di squadra dei galeoni (almirante de Galeones).
Tra gli alti ufficiali vi era il controllore generale dell'armata
(contador); il comandante del reggimento
di fanteria (gobernador de tercio), distribuito
nei galeones, e il tesoriere (maestre
de plata).
I comandanti (capitanes),
rispondevano al general o
all’ almirante, a seconda
della tipologia di legno che comandavano. Insieme alla flotta viaggiava un
ufficiale che rappresentava il re e si assicurava che tutte le ordinanze della
Corona venissero osservate, (il veedor,
chiamato veedor general se
assegnato ai galeoni). Ogni nave disponeva anche di un cherusico, il meno pagato di tutti gli
ufficiali.
Altra figura importante su ogni nave era uno scrivano (escribano), inviato della Casa, con il
compito di annotare ogni articolo caricato a bordo ed il relativo porto
d'imbarco. I registri venivano ricompilati al rientro dell'armata a Siviglia ed
il tutto doveva essere inviato alla Casa, che consegnava a cadenza
annuale, i libri alla Corona per il suo controllo.
I marinai avevano un'età media di 28-29 anni mentre i più anziani
avevano tra i 40 e i 50 anni. I mozzi erano bambini che entravano in servizio
per lo più all'età di 8 anni, molti erano orfani o poveri presi dalle strade di
Siviglia, Manila o qua e là nel Messico. Gli apprendisti erano più vecchi dei
mozzi e, in caso di successo, sarebbero stati certificati marinai all'età di 20
anni.
Per i funzionari di Manila era difficile trovare uomini che
equipaggiassero le loro navi per tornare ad Acapulco. Molti indios di
origine filippina o del sud-est asiatico costituivano la maggioranza
dell'equipaggio.
Vi erano poi deportati e criminali provenienti dalla Spagna e
dalle colonie: molti criminali erano condannati a servire sulle navi del re.
Meno di un terzo dell'equipaggio era spagnolo e di solito occupava posizioni
chiave a bordo dei Galeoni di Manila. Al porto, le merci venivano scaricate dai
portuali indigeni e il cibo veniva spesso fornito localmente.
Ad Acapulco, l'arrivo dei galeoni forniva lavoro stagionale ai
portuali, tipicamente uomini neri liberi, ben pagati per il loro lavoro
massacrante, e agli agricoltori delle haciendas
messicane che aiutavano a rifornire le navi di cibo prima dei viaggi. A terra,
i viaggiatori erano spesso alloggiati in locande (mesones) e le merci venivano trasportate da mulattieri, il che
offriva opportunità agli indigeni in Messico (WP.).
*) Per flotta
propriamente detta, si intendevano i vascelli che portavano le merci
dall'Europa a Vera Cruz nel Golfo del Messico. Essa non partiva che nel mese di
agosto a causa dei colpi di vento che regnavano a Settentrione su queste coste.
Al ritorno della flotta i genovesi si riunivano a La Havana e dopo aver
attraversato il canale di Bahama risalendo le Azzorre ritornavano con il favore
degli alisei (Ustariz).
**) L’intraprendente John Hawkins (1540-1609), che all’inizio
comandava i contrabbandieri inglesi,
aveva organizzato quattro viaggi commerciali ai Caraibi tra il 1562-68,
tre dei quali intrapresi di persona, portando tessuti e altra merce caricata in
Inghilterra e schiavi negri comprati direttamente da mercanti della costa
occidentale dell’Africa. Aveva avanzato la proposta di vendere merci e schiavi
ai coloni spagnoli delle Indie, in cambio di zucchero, pelli e argento, da
vendere in Inghilterra. Il suo piano anticipava quindi quelli che sarebbero stati i viaggi
triangolari Europa-Africa-America degli anni successivi e insieme sfidava le
norme monopolistiche sia del Portogallo che della Spagna. Egli non
intendeva fare del contrabbando spicciolo, o ancor meno della pirateria; pare
che nutrisse serie speranze di ottenere dalla Spagna delle licenze di commercio
che avrebbero legittimato la sua attività. Egli aveva amici e corrispondenti
commerciali a Siviglia, ed era disposto a pagare tutte le somme dovute, e in cambio della concessione di una licenza
commerciale, offriva i suoi servigi alla corona spagnola come corsaro, per
contribuire alla eliminazione dei pirati e dei contrabbandieri stranieri dalle
acque delle Indie occidentali. In particolare, aveva capito l’importanza del canale
della Florida e accortosi che i francesi intendevano stabilire una colonia, per
dimostrare il valore dei suoi servigi, la distrusse sul nascere (Cambridge
University, Storia del mondo moderno).
CENTRI DI RACCOLTA
E CENTRI DELLE FIERE
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C |
adice: è in questo famoso porto dove si armano e arrivano i galeoni che fanno il
ricco commercio del Perù. Sì che le flotte che arrivano dal Messico e dalla
Nuova Spagna che hanno portato e portano ancora press'appoco tutto l'oro e
l'argento che arriva in Europa; si può dire certamente che gli spagnoli sono i
padroni delle province da cui estraggono l'oro e l'argento con sì grande
abbondanza, che di questi metalli ne hanno tanto, più di tutte le altre
Nazioni; ma ciò dimostra che le miniere d'oro non arricchiscono un Paese, come
certamente lo arricchisce il commercio.
Ustariz, si spiega ulteriormente in un altro passo: Per dimostrare, egli dice, che solo il commercio arricchisce gli
Stati, basterebbe dire che non vi è alcuna Nazione che abbia tanto oro e
argento, come la nazione spagnola; poiché questi due metalli sono una
produzione dei suoi vasti domini; certamente gli altri Stati ne hanno molto di
più per il consumo delle loro mercanzie in Spagna e in tutte le province che da
essa dipendono (Ustariz).
Come nell'antico sistema delle carovane, anche il sistema
spagnolo delle flotte si appoggiava su fiere organizzate nei
principali porti coloniali visitati dai galeones. La vendita e lo scambio si solevano fare nel
corso di 60 giorni, il tempo di durata della fiera, al
termine della quale le navi caricavano e prendevano il primo vento utile per la
Spagna.
La fiera maggiore era quella di Portobelo (Panama),
ove confluivano i tesori provenienti dal Perù e dal Guatemala. Seconda per importanza
era a Vera Cruz, il terminale dei carichi d'argento spostati a dorso di mulo
dalle miniere messicane e dei prodotti sbarcati ad Acapulco dai Galeoni di
Manila: sete, coloranti, spezie, porcellane e pietre preziose (WP.).
LA RIVOLUZIONE
DEI PREZZI
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L |
a rivoluzione dei prezzi
si era verificata nel periodo 1520-1540,e costituiva il culmine di un processo,
iniziato già verso la fine del secolo precedente (1480), che continuerà fino
alla metà del secolo successivo.
Gli iniziali profitti derivanti dalle nuove colonie erano di
scarsa incidenza sulla economia nazionale, ma il loro aumento era costante; tra
il 1511 e 1513, era raddoppiato rispetto al 1503-1505. Nel decennio 1538-1548 e
per quello successivo, la media fu di 165mila ducati l’anno, tutti sperperati per pagare i debiti e
finanziare le guerre.
Questi incrementi aumentarono enormemente con Filippo II,
giungendo a un milione di ducati e durante il suo regno raggiunsero picchi di due
e tre milioni. Ma tutta questa massa d’oro non solo si volatilizzò, ma portò
Filippo a ripetute bancarotte (v. cit. Art. Carlo V ecc.).
Sebbene la quantità di oro fosse notevole ed era andata
aumentando di anno in anno fin dai primi anni del secolo, l’oro e l’argento
proveniente dal continente americano e finito nei paesi europei per le vie
commerciali, finanziarie e mercantili, vendendo merci sul mercato spagnolo,
traboccante di metalli preziosi, accumulavano grossi profitti (c.d. inflazione
dei profitti), a scapito dei salari che perdevano potere d’acquisto.
I pingui guadagni andavano a profitto dei grossi speculatori e a
scapito dei salariati e proprietari terrieri.
La popolazione era abbastanza limitata: la Spagna contava 8
milioni di individui; la Francia 16 milioni; il Portogallo un milione; i Paesi
Bassi 3 milioni.
Evento di fondamentale distinzione della nuova epoca rinascimentale da quella medievale era stata la sostituzione
della primaria fonte di ricchezza fondata, nel medioevo, sul feudo e sulla
grande estensione di terra ad esso collegata, sostituita dalla finanza fondata
sullo sfruttamento dell’oro e dell’argento che consentiva grandi
speculazioni.
Più che di rivoluzione dei prezzi si deve parlare di inflazione, determinata dall’aumento dei prezzi dei beni di consumo e
contemporanea stabilizzazione dei salari, accompagnata dalla espansione
demografica.
L’aumento dei prezzi era stato determinato dall’afflusso di metalli preziosi dalle miniere del Sudamerica
che comportava l’aumento dei prezzi di consumo, mentre i salari rimanevano
stabili, con la conseguente impossibilità, per chi percepiva il salario, di
acquistare beni e di far fronte alle necessità. Del fenomeno che solo per noi
posteri sembra enorme, all’epoca, se n’era avuto appena il sentore (*).
Dobbiamo rilevare che Ustariz aveva maturato l’idea che la
ricchezza di un paese, non derivasse dalle miniere d’oro e d’argento, ma dal
commercio e questa idea gli era stata suggerita da un testo introvabile, sul quale
egli si soffermava, intitolato “Commerce d’Hollande” il
cui autore si riteneva fosse monsieur Huet, Ispettore generale delle
Manifatture delle Indie, e il traduttore fosse stato Francisco Xavier de Goyeneche, Ispettore generale delle Manifatture
del Consiglio delle Indie, nel 1717; ma di questo testo non vi è traccia.
La conclusione del libro, egli scriveva, sulle miniere d'oro è il
seguente: In pratica pare che questa grande monarchia non sia caduta che per
aver sdegnato il commercio e lo stabilimento delle manifatture nelle vaste
estensioni dei suoi reami. La Francia
non deve le sue ricchezze che essa possiede, che alla cura che ha avuto di far
fiorire l'industria, quanto il commercio avuto con la Spagna ed essa non ha mai
mancato di danaro, specie in tempo di guerra che è il periodo più costoso e più
difficile.
*) Geronymo Ustaritz, Théorie et practique du commerce et de la
marine, Paris 1753.
ENCOMIENDA
REPARTIMIENTOS
E LE LAMENTELE
DI LAS CASAS
SULLE ATROCITA
DEGLI
SPAGNOLI
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R |
elativamente alla posizione giuridica che nella
conquista dei territori scoperti
avrebbero avuto gli indios con i conquistatori spagnoli, dalle Cortes di
Castiglia, nel 1542 era stata presentata una relazione che regolava tali rapporti con due diverse posizioni, una
riguardava il monarca; e il rapporto era regolato con l’encomienda relativamente
alla quale il re dichiarava di porre gli indiani sotto la propria diretta
sovranità, concedendoli (ai conquistatori) in commenda (encomienda); vale
a dire che il re concedeva ai conquistatori (ed era il secondo punto), i
diritti signorili su un ripartimiento (dominio) delle terre delle Indie e sugli indigeni
che lo abitavano: si trattava evidentemente, in questo caso, di schiavitù di fatto, concessa dal re al conquistatore,
non a titolo di proprietà, ma di usufrutto, per un periodo di tempo
limitato, con l’obbligo di istruirli e convertirli in modo da essere considerati, una volta convertiti, non più schiavi ma servi della gleba.
Il ripartimiento,
inizialmente doveva servire per i lavori di pubblica utilità (come le
miniere o lavori pubblici) ma nella pratica gli indios erano sfruttati per ogni tipo di lavoro.
La denuncia era stata presentata da Las Casas con la sua Relación (*), con la quale sottolineava i seguenti aspetti: 1. l’affermazione
del diritto naturale dei popoli all’auto-determinazione; 2. la limitazione
della sovranità del re; 3, il risarcimento delle risorse naturali.
Las Casas, sebbene avesse a cuore il trattamento
umano degli indios, era un colonizzatore e aveva anche presentato una Representatión, distinta in una parte teorica
e un a parte pratica (M.M.L.cit.); la
parte teorica appare fortemente farraginosa e di difficile applicazione. Essa prevedeva
che i conquistatori, per rimanere nelle Indie, dovessero consegnare la metà di
quanto si erano procurati in modo disonesto; il re avrebbe usato tali somme per
far partire i coloni (poblatores)
meritevoli. Oppure, il re avrebbe chiesto al papa una compositio, nei confronti di coloro che avevano preso parte alla
Conquista; a seconda dei casi, essi avrebbero ricevuto la metà o un quinto dei
propri redditi ovvero, se fossero rimasti vivi coloro che erano stati
defraudati (ritenendosi cristiani, serviva per tranquillizzare la propria
coscienza). Se gli indiani danneggiati fossero morti senza lasciare eredi, il
denaro restituito sarebbe stato dato a coloro che sarebbero andati a vivere
nelle Indie.
A questo documento era collegato un breve Memorial de remedios, nel quale Las
Casas suggeriva (sulla base della sua esperienza, sapendo che gli spagnoli per gli
indios affidati non si creavano problemi per ammazzarli), nell’Octavo remedio, suggeriva che gli
spagnoli mandati nel Nuovo mondo, fossero contadini, uomini di fatica che
avrebbero fondato, con sussidi di Stato, dei villaggi; e ciò che gli stava a
cuore era l’abolizione della schiavitù.
Furono inoltre, aggiunte le Nuove Leggi (Leyes nuevas), completate su insistenza di Las Casas,
in tutto quaranta, in parte procedurali (tra cui l’istituzione di due Corti a
Lima); altre riguardavano la protezione degli indios: alla morte degli encomenderos gli indigeni affidati
sarebbero stati incorporati dalla Corona.
Ma non sappiamo se tutte queste meticolose
disposizioni disposte nella madrepatria trovassero applicazione nelle colonie!
Abbiamo accennato alle lamentele di Las Casas sulle
atrocità e genocidio compiuti dagli spagnoli nei confronti degli indigeni,
descritte dal frate domenicano nella sua Istoria
(**). Ne accenniamo per mantenere il ricordo che la scoperta dell’America
aveva avuto anche la sua parte di spargimento di sangue e di atrocità.
“Li Christiani con i loro cavalli (***) e spade e
lance, cominciano a fare uccisioni e strane crudeltà; attiravano nelle terre e
non lasciavano né fanciulli, né vecchi, né donne gravide né di parto che non le
sventrassero e lacerassero, come se assaltassero tanti agneletti posti nelle
loro mandrie. Facevano scommesse a chi con una coltellata fendeva un uomo in
due pezzi o gli tagliava d’un colpo la testa, o gli discopriva le viscere.
Pigliavano le creature dalle tette delle madri per li piedi e le percotevano
con la testa sulle rupi; altri le gittavano con le spalle nei fiumi, ridendosi
e burlando e, mentre cadevano nelle acque dicevano “bollite corpo di mille diavoli”; altre creature mettevano a fil di
spada insieme con le madri e con tutti quelli che si trovavano innanzi. A altri
tagliavano ambedue le mani e gliele facevano portare attaccate e dicevano
“Andate portar lettere”, cioè portate le
nuove a quelle genti che sono fuggite sui monti. Uccidevano i signori e la
nobiltà nel modo seguente: facevano alcune graticole di legni sopra forchette e
ve li legavano sopra, e sotto vi mettevano foco lento, onde, poco a poco, dando
grida disperate in quei tormenti, mandavano fuori l’anime.
Un ufficiale aveva avuto trecento indio da far
lavorare in minìera; in tre mesi ne aveva fatti morire duecentosettanta sì che
glie ne restarono trenta, la decima parte; dopo gliene diedero altrettanti e
ancora li ammazzò e gliene tornarono a
dare, ed egli più ne ammazzò, fin tanto che venne a morte e il diavolo gli portò
via l’anima. In tre-quattro mesi, essendo io presente, morirono di fame, per
essere stati condotti i loro padri e le madri alle miniere, più di settemila
fanciulli; altre cose io vidi spaventevoli.
Dopo si mossero andando a caccia di indiani e ne
fecero strage grandiose in tutta l’Isola: è cosa di compassione vederla
desertata e fatta tutta un’eremo.
Nel 1514 passò un infelice governatore senza alcuna
pietà, quasi uno strumento del furor divino, con fermo proposito di abitar quel
paese con gli spagnoli; avevano rubato e ucciso e scandalizzato molta gente;
era stato nella riviera del mare, depredando e rubando quello che potevano; ma
costui superò li altri e le sue scellerate operazioni avanzarono tutte le
abbominazioni passate. Non solo spopolò la costa di mare, ma terre e regni
grandi distrusse molte leghe di paese sopra Daldarien .... fino alle province
di Nicaragua incluse che sono più di cinquecento leghe e la migliore e più
felice e più abitata terra che si crede trovarsi nel mondo, dove erano moltissimi grandi signori,
infinite terre e grandissime ricchezze d’oro.
Questo governatore inventò nuove maniere e crudeltà
e tormentar gli indiani perché gli dessero l’oro. Vi fu un suo capitano che per
rubare ammazzò più di quarantamila persone passandole a fil di spada,
abbruciandole vive e dandole a cani feroci e tormentandole in vario genere che
vide un religioso di san Francesco che si chiamava Francesco di San Roman.
Una
compagnia di spagnoli, andando per assassinare giunsero a un monte dov’era
nascosta molta gente per sfuggire tale pestilenza; assaltandola all’improvviso
presero settanta-ottanta donzelle e donne, lasciando molti morti che poterono
ammazzare. Il giorno seguente i cristiani cacciarono le spade nel ventre delle
donzelle e delle donne e non lasciarono pur viva una.
Andavano i tristi spagnoli con cani feroci dando la
caccia a indiani, donne e uomini;
un’indiana vedendo di non poter fuggire con una corda attaccò a un piede il suo
fanciullino di un anno e s’impiccò a una trave; ma non fu così lesta che non
arrivassero i cani e smembrassero il fanciullo.
La cura di mandar huomini a cavar oro nelle miniere
che è una fatica intolleraile; e mettevano le donne nelle stanze, che sono
capanne per cavar e coltiva il terreno; fatica da huomini molto forti e
robusti. Non davano da mangiare agli uni e agli altri se non herbe che non avevano sostanza. Si seccava il latte
nelle tette alle donne di parto e si morirono in poco tempo tutte le creature.
E perché i mariti stavano separati che non vedevano mai le mogli. mancò fra
loro la generazione, essi morirono nelle miniere di fatica e di fame e esse
nelle stanze, o capanne, per la medesima causa. E a questo modo si distrusse la
popolazione di quell’isola.
Il tiranno del regno del Messico tra il 1524 e
1540, lui e i suoi fratelli. Quando andava in guerra, osservava questo costume;
conduceva indiani soggiogati per fare guerra agli altri, da dieci a ventimila;
non dava loro da mangiare, permetteva che mangiassero gli indiani che
prendevano. E così nel suo esercito si faceva una solennissima beccaria di
carne umana, dove in presenza sua ammazzavano i fanciulli e si arrostivano; e
uccidevano un uomo solo per mangiar le mani e i piedi che stimavano i migliori
bocconi. E sentendo queste scelleraggini, quelli degli altri paesi, non
sapevano per paura, dove ricovrarsi.
Ci fermiamo qui; sembra che basti!
*)
Bartolomeo Las Casas e i diritti
degli indiani, Marianne Mahn Lot, Jaca Book, 1985.
**) Istoria: Breve
relazione della distruzione delle Indie Occidentali, (Datanews Editrice, 2006).
***) Con i cavalli, che è la più perniciosa arma che possa essere
fra gli indiani e fanno tante stragi e
uccisioni che desolarono e spopolarono
la metà di quel regno.
FINE